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    September 18

    continua..

    L’auto era parcheggiata a pochi metri da uno di quei ristoranti veloci,un fast food dove la gente perde la propria individualità per trasformarsi in automi con un vassoio in mano. A Parigi come a Roma, a Stoccolma come a New York. Becca osserva il veloce via vai di persone. In una mano la 24 ore,nell’altra un sacchetto di carta bianco con il fondo rigido per non far rovesciare le bibite.

    Francesca continuava a parlare, a raccontare del suo ultimo amore tramontato a causa di un banale litigio,di quanto odiasse quello “stupido maschilista” e di come lo avrebbe volentieri preso a calci. Il silenzio successivo dimostrò quello che la sorella maggiore sospettava. Era ancora innamorata.

    Le diede una pacca affettuosa sulla nuca mentre lei apriva il bagagliaio della sua C3 e il sorriso riapparve sul suo viso perfetto.

    Si lasciarono la città alle spalle e si diressero verso la campagna francese. L’auto adesso scivolava veloce su una strada quasi deserta,abbracciata da grandi alberi e prati già verdi. Becca abbassò il finestrino indispettendo la sorella che senza aria condizionata non riusciva a guidare. Ma non le importava. Aveva ascoltato tutti gli eventi degni di nota degli ultimi sei mesi,con il sottofondo piacevole del cd di un cantante francese che non conosceva e adesso voleva il vento. Lo voleva tra i capelli che si muovevano come impazziti,lo voleva sulla pelle abbronzata dal sole africano,lo voleva respirare. Il profumo dei girasoli, dell’erba fresca,della corteccia. Tutto le risvegliava i sensi, le regalava ricordi bambini. Mentre quelle note sconosciute le scivolavano accanto aprì gli occhi e la vide. Da dietro la grande curva,nascosta da quel platano che sembrava esser li da sempre, le apparve la sua casa. Una casa che rispondeva davvero a quel nome. Non un appartamento di pochi metri quadri incastonato magistralmente tra tanti altri. Quella era la sua casa. E prima ancora lo era stata del nonno paterno.

    Arrivarono al viale di ingresso e i pneumatici dell’auto fecero quel caratteristico rumore sulla ghiaia che come un tappeto portava al grande portone di legno. Scesero dall’auto,avrebbero preso dopo il bagaglio. Becca prese soltanto la sua sacca,e insieme alla sorella, si avviò attraverso il giardino che profumava di rose ed erbe aromatiche. Inspirava quegli odori che conosceva bene. Chiuse per un istante gli occhi verdi. Basilico,rosmarino,menta.. E si vide bimba correre a raccogliere le foglioline profumate per la mamma ,sotto il caldo sole estivo. Si vide fermarsi di botto a guardare i Labrador del nonno che sonnecchiavano all’ombra della grande quercia a destra della casa. Contò di nuovo i passi che la separavano da quei mansueti cucciolini,capaci di sopportare qualunque cosa venisse loro fatta da quella buffa creatura traballante tutta ricci rossi. E i fiori a lato del selciato,e le piccole formiche che le solleticavano le dita, la paura e l’ammirazione per i ragni e per le loro raffinate tele colorate dalle gocce di rugiada. Ogni cosa le ricordava che era a casa.

    Il portone si aprì con un lieve cigolio. Era ancora quello costruito dalle sapienti mani del nonno. Si sentì investire da un intenso profumo.In cucina qualcuno preparava pietanze che solo a sentirne il nome ci si saziava.Attraversò l’ingresso e desiderò fortemente togliere le scarpe per poter sentire nuovamente il cotto del pavimento sotto i suoi piedi.Arrivò alla sala da pranzo mentre Francesca l’avvertiva che saliva nella camera al piano di sopra e le indicava la cucina.Becca sorrise e lentamente si avvicinò alla porta di noce da cui provenivano rumori di stoviglie.Accarezzò la parete fresca tinta di un tono di ocra particolarmente caldo.

    Rimase li.

    Sua madre affettava con fare sicuro alcune delle verdure colorate che riempivano per buona parte il grande tavolo di legno massiccio.Faceva caldo.

    La cucina moderna e funzionale aveva da tempo sostituito il vecchio forno a legna e le lampade a olio.Eppure sembrava li da sempre.Il metallo lucido splendeva della luce che entrava dalle grandi finestre incorniciate da mattoni e rifletteva le grandi travi di abete che correvano lungo il soffito segnando la larghezza della stanza.

    Sua madre alzò gli occhi e la vide.

    Becca era casa.

      

    September 15

    oggi cucino io!

    che sembra il programma della Clerici ma così non è..mammaquantecosedevofare!!incrociamo le dita.il menù sarà pubblicato sull'altro blog..forse.. 
    September 04

    e continua..

     

    -Si,sono Aurelio. Ha forse ascoltato qualche mio cd?Le è piaciuto?

    - Qualche? Signor Marsi..io le ho pagato almeno un paio di sedili e metà carrozzeria della sua ultima auto! Dire che l’adoro mi sembra poco, non immagina quante volte la sua musica mi ha tenuto compagnia,per non parlare delle foto di copertina.. bellissime.. ma le scatta lei?E.. accidenti,  forse mi sto lasciando prendere dall’entusiasmo,mi scusi..

    - Non deve scusarsi. A me fa solo piacere. Ma mi dica di lei.. oltre ad ascoltare un vecchio strimpellatore cosa fa?E come mai si dirige a Parigi?

    Rebecca non fece in tempo a rispondere che il comandante avvisò che Parigi era sotto di loro e che a breve sarebbero atterrati in condizioni di visibilità ottime.

    Dopo aver ascoltato trepidante la comunicazione,Becca potè finalmente rivolgersi al suo interlocutore rispondendo alla sua domanda

    -Sono un archeologa. Mi chiamo Rebecca Mc Steel.

    La stretta di mano questa volta fu molto più piacevole.

    - Tengo a precisare che sono fiera della mia parte italiana,mia madre è toscana,ma non posso non amare anche la parte irlandese donatami da mio padre. Che tra l’altro è anche molto evidente!

    Rise accarezzandosi i lunghi capelli..

    -Mio padre era di Dublino,un bella città,sa?E li avrei dovuto essere tra due giorni. Ma che vuole farci, imprevisti e cambi programma sono all’ordine del giorno con me!Per questo eccomi qui,su un volo per la Francia a parlare con il mio pianista preferito. Direi che come inizio giornata non c’è male..

    “I signori passeggeri possono slacciare le cinture di sicurezza. Grazie per aver viaggiato con noi.”

    L’aeroporto era affollato di gente,anche qui centinaia di persone si ignoravano correndo freneticamente da una parte all’altra,pensando a mille cose diverse e dimenticando la bellezza di un attesa,la poesia di uno sguardo,l’eleganza delle nuvole che si accingevano ad avvicinare. Anche stavolta,come ogni altra volta,si incantò nello sguardo di una bambina. Una bambolotta di forse due anni che fissava incuriosita il pavimento di fronte ai banchi del check-in. La madre in preda al nervosismo litigava con la ragazza che le spiegava per l’ennesima volta le precauzioni antiterrorismo e il divieto di portare liquidi a bordo. Evidentemente la signora teneva molto ai suoi profumi.

    Intanto la bimba continuava nella sua attenta e scrupolosa osservazione. I ricci biondi che le incorniciavano il bel viso le ricadevano spesso davanti agli occhi,e lei li scostava inutilmente con fare da piccola donna quasi infastidita da quelle continue interruzioni. Il vestitino di lino diventava troppo corto per il modo in cui si era accoccolata. La testa quasi all’altezza delle ginocchia le permetteva di osservare meglio quello strano materiale che al tatto sembrava quasi morbido. L’espressione interrogativa era molto buffa per Becca,ma non per la madre che,accortasi che la piccola toccava a terra la tirò su per un braccio. Ruppe un incantesimo. Per gli adulti quello è solo un pavimento.

    -E se le proponessi un bel giro turistico della città?Ho un auto che mi aspetta all’ingresso.Non faccia complimenti.

    La voce del signor Marsi la riportò con lo sguardo al nastro trasportatore dove danzavano moltissime borse dei più svariati colori e modelli. In un'altra situazione Becca avrebbe accettato senza pensarci troppo, ma aveva un impegno importante e qualcuno la stava aspettando. Così come stava aspettando di veder apparire il suo trolley(che si,va bene viaggiare leggeri, ma a Parigi doveva restarci almeno due settimane!).Reclinò il gentile invito, promettendo però di far di tutto per andare ad ascoltarlo al concerto. Il pianista la salutò un po’ deluso, ma convinto di poterla rivedere presto.

    A Becca non rimase che attendere paziente che quel malefico marchingegno rilasciasse il suo bagaglio ormai ostaggio da ore. Assunse un espressione contrariata.. Ricordava ancora quel viaggio in Nepal con suo padre quando aveva 4 anni. Al ritorno in Italia il suo zainetto le era passato davanti su quel nastro nero,ma né lei,né il padre che parlava con un altro uomo,avevano fatto in tempo a raccoglierlo. Ovviamente Becca non capì la tranquillità del padre. Lei mica lo sapeva che quell’affare girava in circolo!Senza pensarci salì sul nastro infilandosi dietro quelle spesse strisce di plastica che nascondevano il suo piccolo zaino urlando:”RIDAMMELO! È MIO!”e scatenando l’ilarità dei presenti. Ilarità che andò aumentando quando suo padre la tirò fuori per una gamba,mentre lei,grintosa più che mai, continuava ad allungare le braccia paffutelle alla ricerca del suo piccolo tesoro.

    Cosa ci sarà mai stato da ridere,pensò..

    Il sole era ormai alto e all’uscita dell’aeroporto Becca fu felice di lasciarsi finalmente alle spalle il gioioso gruppetto di coppiette cercando di immaginare quante avrebbero resistito per più di un anno,e mentre rideva pensando alla durata media delle sue storie, un urlo inconfondibile le ricordò dove si trovava.

    -Rebecààà!

    Nessuno riusciva a parlare un francese più finto di Francesca..

    -Rebecàà!

    La ragazza che le veniva incontro saltellando e rischiando di finir sotto un paio di taxi,aveva capelli cortissimi,occhi blu e un corpo da modella. Indossava un top coloratissimo e una gonnellina di jeans che incrementava ulteriormente la già imbarazzante lunghezza delle sue gambe. Gambe che probabilmente facevano passare all’istante le arrabbiature dei tassisti costretti a frenare di botto,ma felici di poter poi godere di un simile spettacolo.

    - Mon trèsor!

    Becca alzò gli occhi al cielo,sorrise scuotendo la testa e pregò che quella matta arrivasse a lei sana e salva.

    Ci arrivò. Col fiatone.

    -Francesca! Prima o poi finisci al posto delle strisce pedonali.. ma ti pare modo di attraversare?

    Ma la ragazza non sembrava interessata alla ramanzina, quanto piuttosto a come abbracciare il più possibile la sorella.

    - O Becca!Che bello vederti!Mamma sarà così felice!Lo sai che la prossima settimana sono in copertina su Vogue?Però io volevo gli abiti del servizio.. Come va in toscana?E mi hai portato quei sandali che ti avevo chiesto?..

    Come al solito Francesca aveva iniziato l’ennesimo soliloquio al quale la sorella poteva solo fare da “auditrice”. Ma andava bene così. Voleva bene a quella che per lei era sempre la piccola peste, anche se era diventata logorroica ed aveva a 20 anni un fisico che le permetteva di fare quello che voleva con poco sforzo e molto guadagno. In più non sapeva resistere a quel sorriso fresco e luminoso. Era la sua cucciola

    - Si,ti ho preso i sandali. E anche qualcos’altro. Adesso muoviamoci però,ho voglia di rivedere mamma. Ma si può sapere dove hai parcheggiato?

    Se prima gli uomini si voltavano piacevolmente sorpresi,adesso lo facevano increduli di fronte a quelle due ragazze così diverse eppure con lo stesso sorriso negli occhi.

    September 03

    continua..ma del matrimonio non scrivo.non mi va più..ho già il male dello scrittore..

    Il movimento brusco la risvegliò all’improvviso. Non aveva sentito il comandante avvertire i passeggeri che da li a poco avrebbero attraversato una lieve turbolenza. La notte precedente Aveva dormito molto poco e Becca aveva bisogno di recuperare le energie visto quello che la aspettava a Parigi. Certo,era rimasta a osservare cinque cucciolotti venire al mondo,e la cosa le aveva fatto passare di colpo la stanchezza.        Il suo gatto era diventato papà per la prima volta e non poteva certo far si che il momento scivolasse via. Lei, Iron, Marika e la sua Zara, il veterinario e alla fine cinque esserini un po’ bruttini in verità, ma che facevano sentire a tutti quanto fiato avevano in corpo. Il suo gatto,il suo mix di razza preferite,solo 2 anni prima faceva la spola tra il parco antistante il suo appartamento e il suo piccolo terrazzo. Fin quando decise di trasferirsi definitivamente da quella ragazza che le lasciava spesso piccoli bocconcini e un cuscino morbido tra due vasi di Lilium bianchi. Adesso era li,a lisciar il lungo pelo grigio striato di mille tonalità diverse,fingendo quasi indifferenza di fronte a quel miracolo, ma osservando furtivo,di tanto in tanto,con quegli occhi color ghiaccio che a Becca piacevano da impazzire. E mentre sorrideva al pensiero del suo micione così simile a tanti uomini,si guardò intorno ancora intorpidita dal breve sonno e si sentì stringere con forza la mano destra. Voltò lo sguardo dapprima verso il bracciolo, poi verso il viso dell’uomo che le era accanto e che così tanto somigliava al suo amato professore. L’uomo era terrorizzato dagli sbalzi dell’aereo e senza quasi rendersene conto aveva stretto la mano della sua compagna di volo, che adesso ricambiava il gesto cercando di trasmettere quanta più tranquillità fosse possibile. Anche perché lei tranquilla lo era davvero. La maggior parte dei suoi viaggi si erano svolti su mezzi di fortuna e innumerevoli volte avrebbe dato chissà cosa per restare seduta in una così bella poltrona d’aereo servita e coccolata da hostess perennemente sorridenti. Mentre continuava a stringere la mano di quell’uomo, l’aereo superò la turbolenza e finalmente Becca vide il viso dell’uomo rilassarsi e i suoi occhi riacquistare la luce che avevano al momento dell’imbarco. Fu allora che l’uomo si voltò verso di lei e la ringraziò.

    -Mi perdoni. Ho una paura immensa di tutto ciò che mi porta a stare a più di tre metri da terra. Si figuri che ho preso un appartamento al pian terreno proprio per questo motivo!-

    La risata gioviale dell’uomo sciolse Becca che sorrise non certo per la battuta (abbastanza infelice, pensò), ma perché quell’uomo le trasmetteva davvero delle belle sensazioni. Lo osservò più attentamente mentre continuava nella sua risata contagiosa. Il sorriso gli faceva strizzare gli occhi azzurri e faceva apparire due simpatiche fossette agli angoli della bocca. Avrà avuto circa cinquantacinque anni,ma ne dimostrava molti di meno. Fisico asciutto, pelle olivastra e mani incredibilmente belle, fendevano l’aria con un eleganza innata muovendosi al ritmo delle sue parole. Una camicia bianca,due asole lasciate vuote, facevano intravedere una muscolatura che continuava a farsi bella di sé nonostante l’età.

    -Lei deve essere una ragazza coraggiosa. Ma le sentiva queste ragazzine fresche fresche di matrimonio,come “squittivano” accanto ai  loro amati più terrorizzati di loro? È il gioco dei ruoli, sa? Certo, non che io fossi da meno in quanto a paura,ma almeno, me lo conceda, avevo la dignità del silenzio!-

    Altra gran risata. Si, quest’uomo le piaceva.

    -Mi presento. Sono Aurelio Marsi e da grande voglio fare il pianista. Per ora mi diletto a strimpellare qua e la, ma visto che mi pagano per farlo e io amo le auto.. unisco le due cose! Sono qui accanto a lei proprio perché domani terrò un concerto all’Opéra di Parigi. Se le fa piacere, passi pure a trovarmi, le riserverò un posto in prima fila.-

    -Lei è.. è.. Aurelio Marsi?

    A 28 anni non è proprio facilissimo stupirsi di fronte ad uno sconosciuto. Becca lo faceva ogni giorno guardando il sole. E adesso guardava con gli stessi occhi spalancati un mito vivente. Uno, se non addirittura l’unico, grande compositore italiano conosciuto a livello mondiale, colui che veniva chiamato “Airone del Piano” per la sua eleganza nel suonare quello splendido strumento. E lei aveva tutti i suoi cd.

    Piccole custodie abbellite da immagini, sempre in bianco e nero, che ritraggono onde, nuvole, alberi, scorci di luoghi troppo belli per essere veri.

    Ora quelle immagini avevano un volto.

    E ora capiva cos’era quella strana sensazione che avvertiva. Non aveva mai visto quell’uomo, ma lui era in lei. Le sue note le facevano compagnia quando rientrava a casa, premeva il tasto play dello stereo all’ingresso,e Iron le accarezzava le gambe.

    La musica si diffondeva tra le pareti calde ricoperte di libri, solleticava  i mille oggetti che raccontavano storie accanto al camino, si insinuava lenta tra i suoi abiti che cadevano inesorabilmente a terra lungo il salone che portava al bagno ed infine le baciavano la mente mentre si immergeva nell’acqua calda e profumata.    

    September 02

    che giornata!

    Appena rientrata da un matrimonio infinito..scriverò..eccome se scriverò.. notte notte
    September 01

    Inizio a scrivere..ma non riesco a continuare..non credo di essere all'altezza..questo è uno dei tanti racconti iniziati a metà..

    Il treno si mosse e lentamente iniziò l’uscita dalla stazione. Rebecca restò immobile ad osservare il costante aumento di velocità di quella macchina che andava incontro al sole della sera. I colori dei disegni sui vagoni creati da anonimi artisti di strada iniziarono a confondersi nei suoi occhi fin quando tutto si fermò. Per un istante infinito uno dei finestrini, che fino a quel momento stavano diventando un’unica striscia chiara e luminosa, diventò la cornice improvvisata di un viso che conosceva bene. Un viso che non avrebbe mai più dimenticato.

    E dire che tutto aveva avuto inizio proprio in una stazione un anno prima.

     

     

    Un Giugno così caldo Becca non lo ricordava da tempo. Ma la cosa non la preoccupava, preferiva notevolmente i mesi estivi ai freddi pomeriggi invernali che la costringevano ad infagottarsi fino alle orecchie prima di uscire. E quel giorno era felice di indossare una delle sue tenute più estive. Seduta nella sala d’attesa dell’aeroporto sfogliava pigramente una di quelle riviste da quattro soldi piene zeppe di “scoop” su presunti Vip. Ma la sua attenzione veniva molto più stuzzicata da tutto quel mondo vario e colorato che le scivolava accanto. Luoghi come quello, punto di partenza e arrivo, crocevia di milioni di storie diverse, non potevano che incuriosirla, a tal punto da cercare di immaginare la vita di ogni persona che le passava davanti.

    Quell’uomo alto, dal fisico asciutto, sbarbato fresco e con abiti griffatissimi sarà forse un manager in carriera?Uno dei tanti figli di papà in viaggio con la miss di turno? Oppure uno che una sera, di ritorno dalla fabbrica dove lavora come meccanico, decide di prendere uno di quei bigliettini che con un euro di spesa di promettono vincite milionarie, ”sgrattugia”come piace dire a lei,e si ritrova con talmente tanti soldi da potersela comprare la fabbrica? Decisamente l’ultima ipotesi è quella che le piace di più. Sorride a quel bel pensiero e non si accorge di come molti uomini la guardano. In quell’istante la voce metallica di una signorina invita i passeggeri del volo delle 07:45 per Parigi ad avvicinarsi all’uscita 16. Il volo di Becca. Si alza lasciando la rivista alla signora che le era seduta accanto e che per tutto il tempo aveva dimostrato molto più interesse di lei a quelle frivolezze,raccoglie il suo vecchio borsone e si appresta a raggiungere il gate indicato.

    La fila non è molto lunga.. per lo più coppiette in luna di miele,riconoscibili dal continuo scambio di baci,sorrisi e gesti dolci. Un po’ troppo per i gusti di una ragazza di 28 anni  da sempre convinta di non aver bisogno di quelle smancerie per essere felice. Tenta di osservare allora gli altri componenti della fila. Una signora un po’ avanti con l’età, appesantita dagli anni, teneva in braccio uno spaesato barboncino e si guardava intorno con aria quasi preoccupata sistemandosi spesso i voluminosi capelli biondo platino e gli abiti appariscenti. Ad ogni dito portava un anello e il collo era adornato da diversi fili di perle. Distribuiva sorrisi a chiunque le rivolgesse uno sguardo,ma a Becca sembrò una persona molto triste. E le sembrò anche molto diversa da lei. Si guardò la T-shirt bianca su cui si poggiavano i morbidi ricci di un bel biondo ramato e i corti bermuda verde militare. Il suo unico gioiello un cordoncino al polso intrecciato per lei da un ragazzino senegalese tre mesi prima. Le lunghe gambe abbronzate finivano in un paio di Superga della stessa tonalità dei pantaloncini. Accanto a lei quel vecchio borsone sdrucito,pieno di tasche,e dal colore improponibile. Aveva ricevuto spesso in regalo valigie moderne,comode e capienti, ma lei non si sarebbe mai staccata da quel fedele compagno di viaggio che il padre le aveva donato per i suoi 18 anni e per la sua prima vacanza da sola. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quel “sacco di stoffa”avrebbe girato il mondo in lungo e in largo. Mentre la mente cominciava a vagare tra mille ricordi,profumi e immagini, la signorina dell’imbarco le chiese i documenti. “23 A. Buon viaggio.”

    Aveva chiesto lei il posto vicino al finestrino. Amava le nuvole.

    Sistemò il suo leggero bagaglio attirando come sempre gli sguardi di buona parte degli uomini a bordo,prese il suo lettore Mp3 e scelse una canzone, “The great gig in the sky”.Vicino a lei si accomodò un uomo che le ricordò il suo anziano professore di Arte. Radi capelli grigi e occhi limpidi abbracciati dal metallo di una montatura leggerissima. Ricambiò il sorriso che l’uomo le fece per educazione con molto piacere. Aveva segretamente amato quell’uomo tanti anni fa. Girò lo sguardo verso l’esterno osservando l’aereo decollare mentre si allacciava la cintura. Poggiò la testa al sedile e un attimo dopo chiuse gli occhi. Per questa volta non avrebbe visto le nuvole.